Per luoghi misteriosi /17

Nuovo posto abbandonato quello che visitiamo questa sera; si tratta di un immenso edificio dove c’era una volta uno dei più grandi complessi editoriali di Roma, i cui prodotti erano, e tuttora sono, famosi in tutta Italia, solo che ora le cose probabilmente se le fanno stampare in Cina; vabbè, ma loro sono grandi imprenditori, pensano solo al profitto. Quando trovano situazioni più redditizie, abbandonano tutto e vanno a farsi gli affari loro in altri siti. E a noi lasciano solo i ricordi, e qui li abbiamo trovati; ma ci abbiamo trovato anche una piccola luce, quella dell’arte ipercontemporanea, che ci fa sperare in un futuro migliore.

Ma andiamo, come al solito, per gradi; iniziamo a parlare del sito: un grande edificio su due piani, sotto le immense sale con le rotative, sopra gli uffici; tutto intorno fratte che nascondono quello che era un immenso piazzale, ai margini del quale stavano delle officine e dei magazzini. Il luogo è, come al solito, nella sconfinata periferia romana. zona sud. I macchinari in esso contenuti, tutto sommato, in buono stato di conservazione, anche se ovviamente inservibili.

E poi ci sono diversi pezzi, non tanti, ma tutti di pregevole fattura. realizzati da professionisti del writing. E iniziamo proprio da questi; i primi stanno all’esterno dell’edificio:

Aker e Bear

Come e Anek

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Facciamo un giro dentro le piccole officine a supporto delle attività dell’istituto tipografico e troviamo due pezzi di Pacho

      

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Ed entriamo finalmente all’interno del corpo centrale. Nel primo salone intravvediamo immediatamente su una lontana parete un pezzo di Sorte

e ci avviciniamo per gustarcelo meglio

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Entriamo in un’altra sala e su di un muro vediamo qualcosa che ci ha colpito; probabilmente si tratta di un vero e proprio voler vedere per forza qualcosa che non esiste; ma lì per lì ci siamo chiesti se per caso Mirò fosse, per caso, mai entrato in questo luogo

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Entriamo nel terzo salone e troviamo il pezzo forte della serata; un Gojo sopraffino, di quelli realizzati da lui magistralmente con un solo colore e l’ausilio poi del bianco e del nero; ma le sfumature dell’azzurro, sembrano infinite.

Il personaggio rappresentato, se tale lo possiamo chiamare, come costume dell’artista che non lascia nulla al caso, è il drago del Malagrotta, il fiume che ormai nascosto all’occhio umano, scorre nella zona e che deve il suo nome, non come si crede, ad una grotta oscura, bensì a una “mola rotta”, un vecchio mulino per la macinatura del grano che, lontano nel tempo, operava nella zona.

il pezzo di Gojo

nell’ambiente

particolare

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Dopo la carrellata artistica, concediamoci qualche minuto per ammirare i reperti di archeologia industriale conservati nell’edificio, ahi noi, destinati a raggiungere una anonima fonderia il giorno in cui sul sito, come da prassi consolidata, metteranno le mani i palazzinari nostrani

      

      

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E come ogni sito di una certo importanza, anche quello da noi ho visitato ha un custode di tutto rispetto; lo abbiamo trovato su un banco di lavoro di quella che sicuramente era l’officina di riparazione, ve lo presentiamo

e in sua compagnia terminiamo la nostra visita

     

      

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